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Research Market strategy
by Swissquote Analysts
Daily Market Brief

Il petrolio greggio tira

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Il petrolio greggio tira

By Vincent Mivelaz

Malgrado l’aumento delle scorte, i prezzi del greggio continuano a conquistare terreno. I tre future sul greggio - Brent, WTI and Shanghai - hanno compiuto tutti un rimbalzo dai minimi di dicembre 2018 e nell’anno corrente guadagnano il 16,13%, il 20,17% e il 15,03%. L’ultima parola spetterà ai 14 paesi dell’OPEC, le aspettative di un taglio dell’offerta stanno infatti sostenendo i prezzi. Le recenti sanzioni imposte dagli USA contro il gigante del petrolio venezuelano PDVSA, volte a bloccare la prima fonte di reddito del governo del presidente Nicolàs Maduro, rimangono un forte elemento di disturbo per i raffinatori USA, per cui il Venezuela rappresenta il terzo fornitore principale. Poiché le raffinerie americane devono utilizzare barili di petrolio pesante (venezuelano) e leggero (shale) per produrre benzina e diesel in modo efficiente, a gennaio la loro produzione è scesa di 930.000 barili/al giorno. Una scarsità prolungata di greggio pesante gonfierebbe i prezzi del petrolio, poiché le raffinerie dovrebbero rallentare la produzione oppure pagare di più per il greggio pesante.

Ci aspettiamo dunque un aumento dei prezzi del greggio nei prossimi mesi. L’impatto effettivo dei problemi di approvvigionamento non dovrebbe riflettersi sulle scorte di petrolio USA fino alla primavera, quando la produzione aumenta in vista della stagione degli spostamenti estivi. Una tregua commerciale fra gli USA e la Cina potrebbe avere l’effetto contrario sui prezzi del petrolio, perché i consumi cinesi potrebbero decollare, senza generare benefici per i membri dell’OPEC. L’impegno della Cina per aumentare le importazioni USA potrebbe includere anche gli acquisti di greggio. Attualmente a 54,95, il WTI si dirige verso 55,20 nel breve termine.

Mercati confusi

By Peter Rosenstreich

Nel frattempo i mercati azionari USA si sono nettamente ripresi, anche se permangono i venti contrari. Le azioni USA sono passate rapidamente dall’essere iper-comprate all’essere iper-vendute, con l’affievolirsi delle preoccupazioni degli investitori per la recessione USA, le tensioni commerciali e la politica monetaria più stringente della Fed. La svolta del presidente della Federal Reserve Powell, dal restringimento a un approccio neutrale/accomodante, ha fatto recuperare alle azioni il 50% delle perdite. Manteniamo comunque la nostra posizione neutrale, leggermente difensiva: permangono incertezze su questioni chiave. La volatilità è diminuita, ma rimane ampiamente sopra i livelli del 2017. Gli investitori dovrebbero prepararsi a una volatilità normale.

Le trimestrali hanno fatto poca chiarezza. Una rinnovata attenzione sui risultati si evolverà probabilmente in quotazioni realistiche. Secondo i dati di dicembre, il 50% dei direttori finanziari crede che gli USA saranno in recessione entro la fine del 2019. La fiducia dei consumatori è scesa bruscamente. Il consumatore americano medio assiste al caos nella politica interna. La disoccupazione rimane vicina ai minimi storici e la crescita occupazionale è ancora solida. Un forte rimbalzo delle richieste di mutui suggerisce un miglioramento del mercato immobiliare. Ci sono messaggi contrastanti, quindi gli investitori farebbero bene a restare vigili.